La porchetta italica rappresenta una cultura culinaria che da secoli e secoli si è tramandata per generazioni. Nella città Farnese, per epoche, questo cibo è stato presente sulle tavole di principi, vescovi, nobili e popolo.

La scelta del maiale, la preparazione e la cottura erano, come oggi, i tre momenti fondamentali per la buona riuscita della porchetta. La disossatura, la sbollentatura, la salatura, l’aromatizzazione, la legatura e la cottura, secondo antiche ricette, erano tramandate da padre in figlio e da maestro ad allievo.
Nel 1967, quando nella necropoli camplese di Campovalano si effettuarono i primi scavi archeologici, a opera della Soprintendenza, non passarono inosservati i reperti dei resti di cibo contenuti nei vasi di bucchero. Le ossa degli animali ritrovati, la loro frequenza e uno studio di comparazione, permisero di stabilire, oltre alle caratteristiche alimentari, anche il tipo d’animale allevato. Il popolo italico del X secolo a.C. di Campovalano, allevava, oltre agli ovini e ai bovini, anche i suini, che, a differenza degli altri animali, erano allevati solo per la carne e, non ancora perfezionati i sistemi di conservazione, erano consumati subito, probabilmente arrostiti interi. Immediatamente per la porchetta di Campli si coniò l’appellativo di “Italica”.

Sagra della porchetta italica - Agosto